22 Ott 2026, Gio

L’avvocato-star e il processo mediatico: il caso El Koudri rischia di diventare uno spettacolo

In uno Stato di diritto ogni imputato ha diritto a una difesa piena e libera. È un principio sacrosanto, che vale sempre, anche nei casi più difficili e più emotivamente devastanti. Ma proprio per questo la difesa dovrebbe svolgersi dove la Costituzione la colloca: nelle aule di tribunale, non negli studi televisivi o sulle pagine dei giornali.

Nel caso di El Koudri, la strategia comunicativa scelta dal suo avvocato rischia invece di alimentare un processo mediatico parallelo, con conseguenze pesanti sia per l’assistito sia per il clima generale attorno alla vicenda. Ogni dichiarazione pubblica, ogni intervista, ogni tentativo di orientare la percezione collettiva finisce inevitabilmente per aumentare la tensione e polarizzare ancora di più l’opinione pubblica.

È normale che un fatto così grave venga discusso ovunque e occupi il dibattito pubblico. Quando ci sono vittime, paura e una comunità sconvolta, è inevitabile che giornali, televisioni e cittadini parlino di quanto accaduto. Proprio per questo, però, il compito di un difensore dovrebbe essere quello di abbassare i toni e spegnere il processo mediatico, non alimentarlo ulteriormente. Un avvocato tutela il proprio assistito soprattutto garantendogli un giudizio sereno e imparziale, evitando che il caso si trasformi in uno spettacolo permanente.

Ed è un errore anche dal punto di vista difensivo. Più il caso viene trasformato in uno scontro mediatico, più sarà difficile evitare che chi dovrà giudicare si formi un’idea prima ancora dell’inizio del processo. È umano: quando per settimane televisioni, social e giornali martellano sulla stessa vicenda, nessuno può dirsi completamente impermeabile. La comunità è già profondamente scossa, e continuare ad alimentare il clamore non aiuta né la serenità del dibattimento né la ricerca della verità.

C’è poi un altro elemento che molti cittadini stanno percependo come stonato rispetto alla gravità dei fatti. Mentre ci sono due persone amputate e altre che lottano tra la vita e la morte, il racconto di un imputato “sconvolto” o la sottolineatura della richiesta di una Bibbia vengono vissuti da molti quasi come un tentativo di costruire un’immagine pubblica compassionevole. Certo, dal punto di vista tecnico la linea difensiva è chiara: si vuole escludere il movente terroristico. Ma nell’opinione pubblica il risultato rischia di essere l’opposto, soprattutto alla luce delle mail inviate all’ateneo e del contesto generale della vicenda.

La sensazione diffusa è quella di una comunicazione fuori tempo e fuori luogo. In momenti come questi servirebbero sobrietà, rispetto per le vittime e massimo silenzio mediatico. Perché la giustizia non può diventare spettacolo. E perché un processo serio si costruisce con gli atti, le prove e il contraddittorio, non con le conferenze stampa.

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