Il lavoro del Governo Meloni per liberare Alberto Trentini, per Stefano Milani, direttore di Collettiva, testata della CIGL non è mai esistito.
Quella di queste ore, per Milani, è “una narrazione virile, compatta, autoassolutoria” e “una favola” che, peraltro, è “pure scritta male”.
Il merito della liberazione, secondo per Milani, è solo della madre Armanda, non di uno sforzo diplomatico.
Certo, Armanda Colusso ha portato avanti un’importante battaglia e il dolore che deve aver provato è inimmaginabile.
Negare, però, gli sforzi politici come ha fatto Milani nel suo editoriale prontamente rilanciato dalla sezione CIGL di Modena è sputare odio a prescindere.
Non è analisi critica, è rimozione selettiva della realtà. È sputare odio a prescindere, rifiutando l’idea stessa che un avversario politico possa aver fatto qualcosa di giusto.
La diplomazia, per sua natura, non è mai spettacolare né totalmente visibile. Non produce slogan, non sempre genera comunicati, spesso lavora nel silenzio e nella complessità.
Fingere che l’impegno di Giorgia Meloni in merito a questa questione sia una “favola” solo perché non si sposa una certa narrazione politica significa alimentare una sfiducia sistematica nelle istituzioni, quando a guidarle non è il proprio campo ideologico.
L’editoriale rosso finisce così per strumentalizzare una madre che finalmente può esultare per la liberazione del figlio dopo un’attesa lunghissima. Una vicenda umana che avrebbe dovuto unire viene piegata a un regolamento di conti politico, trasformando così una buona notizia in un pretesto per colpire il Governo.
Ed è qui il punto più grave: quando l’odio politico arriva al punto di negare persino la possibilità che lo Stato abbia svolto il proprio dovere, allora non si sta più facendo né informazione né critica sindacale, ma propaganda. Una propaganda che non rende giustizia né alla verità dei fatti né, soprattutto, alla dignità delle persone coinvolte.
Perché la libertà di Alberto Trentini non è una “favola” da demolire, ma un risultato concreto. Rifiutarsi di riconoscerlo, solo perché non conviene ideologicamente, dice molto di più su chi scrive che su chi governa.

