3 Nov 2026, Mar

Sentinelle dall’alto: la vita segreta dei Torresani nella Ghirlandina medievale

Per visitare e capire a fondo una città dobbiamo osservare ciò che di essa è innalzato verso il cielo. Non è soltanto una questione architettonica: è un fatto culturale, simbolico, quasi antropologico. Le torri raccontano ambizione, difesa, fede e potere. E nel caso di Modena, tutto questo si condensa nella Ghirlandina.

È da questa prospettiva che si inserisce la visita guidata “Sentinelle dall’alto, la vita segreta dei Torresani nella Ghirlandina medievale”, tenutasi alle 18 di sabato 28 marzo per un gruppo ristretto di 25 persone. Un percorso che, più che limitarsi a descrivere la torre, ne ha ricostruito la dimensione umana, riportando alla luce la quotidianità dei suoi custodi: i Torresani.

Alta 89,32 metri, con una pianta quadrata di 11 metri per lato, la torre si impone su Piazza Grande come una presenza tanto elegante quanto inquieta, segnata da una lenta e costante discesa nel terreno. Già a 43 metri si raggiunge la stanza dei Torresani, spazio sospeso tra funzione pratica e dimensione simbolica, riconoscibile anche all’esterno per le aperture utilizzate un tempo per le lanterne. Qui si concentravano funzioni civiche e religiose: archivio, presidio, punto di avvistamento e cuore del sistema delle campane, il cui suono – codificato – era perfettamente comprensibile alla popolazione.

È proprio in questa stanza che si inserisce uno degli episodi più noti e identitari della storia modenese: la sottrazione della secchia durante la Battaglia di Zappolino, vinta dai modenesi ghibellini, sostenuti da mercenari tedeschi, contro i bolognesi guelfi. Da un oggetto banale nasce un simbolo potentissimo, celebrato poi nel poema La secchia rapita di Alessandro Tassoni, sepolto nell’Abbazia di San Pietro. La stanza che custodiva il trofeo – insieme a documenti, reliquie e argenterie – era affidata ai Torresani ed è l’unica decorata della torre: un cielo stellato di gusto gotico che sembra ribaltare lo sguardo, come se si osservasse il firmamento dal fondo di un pozzo.

Oggi vi si trova una copia della secchia. L’originale, dopo furti reiterati – tra cui uno clamoroso da parte di studenti e un altro nel 1983 – è conservata nel municipio. Non sorprende quindi la presenza di una gabbia protettiva: più che una misura di sicurezza, quasi una dichiarazione storica rivolta, ancora una volta, ai “nemici” di sempre.

Nel Settecento, i Torresani aprivano questo spazio ai viaggiatori del Grand Tour, trasformando la torre in una tappa obbligata insieme al duomo e al palazzo ducale. Già allora, quindi, la Ghirlandina smetteva di essere solo funzione per diventare racconto.

La sua struttura, tuttavia, è il risultato di stratificazioni successive. Il nucleo originario romanico, progettato da Lanfranco, è un parallelepipedo costruito anche con materiali di recupero romano, provenienti dagli scavi lungo la via Emilia e dalle rovine antiche della città. Le fondamenta erano pensate per sostenere un’altezza inferiore: a partire dal 1261, con l’aggiunta della parte gotica, la torre viene quasi raddoppiata. È qui che si inserisce il dato più affascinante e al tempo stesso più fragile: il terreno argilloso-alluvionale cede, e la torre sprofonda di circa due metri e mezzo.

Un processo che non si è mai fermato. Ancora oggi la Ghirlandina continua lentamente ad abbassarsi, con una pendenza massima di circa 1,70 metri verso via Lanfranco. Un sistema di monitoraggio – laser e pendolo – controllato dal Politecnico di Torino ne registra costantemente i movimenti. È una torre viva, instabile, e proprio per questo straordinariamente umana.

Le trasformazioni rinascimentali intervengono sia per necessità che per estetica. Le balconate che le conferiscono il nome attuale sostituiscono le antiche guglie medievali, rimosse a causa delle infiltrazioni d’acqua che provocavano la caduta delle pietre. Una di queste, secondo la tradizione, uccise la moglie di un Torresano. Nel 1819 Enrico da Campione colloca sulla sommità la palla dorata, contenente anche reliquie di San Geminiano, in una chiara volontà di protezione simbolica della città dall’alto.

All’interno, la torre conserva tracce evidenti della sua duplice natura. Colonne, capitelli e pavimentazioni derivano in parte da riutilizzi romani e medievali. Tra i capitelli spicca quello dei giudici: da un lato l’angelo incorona il giudice giusto, accompagnato da un nano con il libro del diritto; dall’altro il diavolo suggerisce il mal consiglio. È una rappresentazione plastica della tensione tra giustizia e corruzione, affiancata da capitelli a tema religioso. Una doppia simbologia che riflette perfettamente la co-proprietà della torre tra autorità civile e capitolo della cattedrale.

La vita dei Torresani restituisce forse l’aspetto più concreto e meno idealizzato della Ghirlandina. Custodi e sentinelle, vi abitarono fino al Settecento insieme alle loro famiglie. Le condizioni erano dure: freddo intenso, spazi ridotti, servizi inesistenti. L’approvvigionamento avveniva tramite carrucole, utilizzate anche per smaltire i rifiuti. In origine vi era solo un foro per i bisogni, poi chiuso; successivamente fu concesso di gettare tutto dalle finestre, con inevitabili tensioni con i canonici e con i mercanti della piazza. Solo nel Rinascimento si intervenne per migliorare parzialmente le condizioni abitative.

La torre ha attraversato anche eventi traumatici. Il terremoto del 1501 rese necessari importanti restauri, mentre quello del 2012 causò solo lievi lesioni superficiali. Le scale interne, realizzate nel 1901, testimoniano come per secoli l’accesso fosse complesso: l’ingresso originario è oggi interrato e chiuso per l’umidità.

Non manca, infine, la dimensione miracolosa e narrativa. Si racconta di un bambino caduto da una finestra e salvato dall’intervento di San Geminiano, episodio raffigurato in un dipinto di Pellegrino Munari e in altre opere, tra cui una scultura di Agostino di Duccio.

In questo intreccio di storia, vita quotidiana e simboli, la Ghirlandina si impone non solo come monumento, ma come mezzo per narrare la storia di Modena: non è una semplice torre, ma una stratificazione verticale di identità cittadina.
Umana, come le storie umane che ha raccontato la visita, ci ricorda la condizione della tradizione e della memoria, erta verso l’alto, simbolo della nostra identità, eppure sempre esposta al rischio di sprofondare.
Sta ai cittadini cogliere questa sfida e preservare nei secoli la nostra torre ben retta nel cielo d’Italia e con essa la nostra storia.
Questo ha fatto la visita di cui abbiamo parlato.

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