3 Nov 2026, Mar

Commento al Vangelo di Domenica 29 marzo | Domenica delle Palme

Essendo molto lungo il Vangelo forniamo i riferimenti per la lettura.

DOMENICA DELLE PALME: PASSIONE DEL SIGNORE- ANNO A

MT 26, 14-27, 66

Il quadro generale che ci presenta questo Vangelo vede il popolo ebraico che si sta preparando alla Pasqua la quale, come abbiamo visto ieri, è festa di liberazione dalla schiavitù d’ Egitto, ma la schiavitù è presente anche ora in quanto pesante era la dominazione romana che esigeva sempre più tasse. Il popolo aveva sperato per la sua liberazione nei vari profeti che si erano succeduti, poi in Giovanni il Battista che invece era stato ucciso e ora confida con ardore di speranza in Gesù che compie segni incredibili. Ma la Pasqua di Gesù è triste e dolorosa, abbandonato da tutti specie da quelle folle che lo avevano seguito e cercato con insistenza durante la sua predicazione. Quel senso di solitudine e profonda angoscia che molti di noi conoscono nei momenti difficili e dolorosi della nostra esistenza terrena. 

Entriamo poi nella descrizione dell’ultima cena e del momento centrale del Cristianesimo: l’Eucarestia. In quel momento ciascuno di noi ricorda che nella Comunione si avverano tutte le promesse che troviamo nella Bibbia. Il Signore donandoci sé stesso ci dice prendi e mangia, vivi di me. Non mi dona qualcosa di raro o prezioso ma un umile pezzettino di pane ricordandoci così che in ogni frammento della nostra vita lui si dona a me. Una vita da figli che hanno lo spirito del Figlio per vivere da fratello con i nostri fratelli. In quel piccolo pezzetto di pane troviamo l’amore e la passione infinita che Dio ha per ciascuno di noi. Mandando i suoi discepoli a cercare “un tale” ci indica che quel tale siamo noi e vuole mangiare la Pasqua proprio con noi che stiamo leggendo, per vivere con Lui il suo mistero d’amore. Questo dono non è fatto per i bravi e i perfetti ma per i discepoli di cui uno lo tradisce, uno lo rinnega nonostante i buoni propositi, tutti gli altri fuggono. Questo dono di salvezza è fatto per noi che tradiamo, che rinneghiamo e abbandoniamo, è il dono d’amore dato a ciascuno di noi così come siamo. Il tradimento di Giuda allora non è così strano, fa quello che facciamo anche noi con la nostra violenza., la nostra disumanità, ogni volta che non “mangiamo insieme”, non condividiamo, non dimoriamo in Lui. 

Dopo l’angoscia vissuta nell’orto dei Getsemani che culmina, come sempre fa Gesù, con la preghiera di abbandono e fiducia verso il Padre, avviene il processo davanti al sinedrio dove per la prima volta si rivela per ciò che è. Prima di questo avviene un continuo passaggio di mani: Giuda lo dà ai soldati, i soldati al sinedrio che a loro volta lo mandano da Pilato, Pilato lo manda ad Erode che a sua volta lo rimanda a Pilato. Gesù passa nelle mani di tutti. Davanti ai farisei e ai capi avviene il processo a Gesù. Un innocente che insieme ai poveri, come sempre accade, anche oggi, paga il prezzo delle manie di grandezza, desiderio di potenza ed espansione dei potenti di turno. Il suo silenzio porta su di sé il nostro male e, come mite Agnello, ci salva. Viene quindi formalmente dichiarato colpevole per aver parlato della distruzione del Tempio anche se la sua sorte era già stata decisa e quindi coperto di sputi e bastonato. Cerchiamo spesso di immaginare il volto di Dio, eccolo, è questo. A tutto ciò assiste Pietro nella convinzione che Gesù li avrebbe zittiti tutti magari con qualcosa di prodigioso e all’assistere a quanto accade resta spiazzato, non capisce, si sente smarrito e quindi nega davanti alla serva di conoscerlo. Gesù resta veramente solo, sperimenta il vuoto totale dell’abbandono. Passando Gesù lo guarda e in quello sguardo d’amore Pietro capisce che la sua infedeltà non muta quella del Signore, fedele sempre e per sempre. E noi che siamo compagni di Gesù, di quale Gesù? Questo o quello che ci immaginiamo noi adattato ai nostri volubili stati d’animo e convenienze? Vivo della grazia e del suo amore gratuito? Che è questo Gesù che mi fa’ rinascere, mi dona la vista, disseta la mia anima non per il merito che suppongo di avere perché sono tanto bravo nel rispettare i precetti o altro? Pietro che questo pensava non avendo ancora capito “uscì e pianse amaramente”. Nella sua predicazione Pietro ricorderà a chi lo ascoltava questo passaggio, questa rovinosa caduta senza la quale non avrebbe mai capito. Vale per lui, vale anche per noi. 

Dopo il processo davanti al sinedrio, Gesù si ritrova davanti a Pilato, governatore romano della Giudea. Il tema centrale diventa quindi la regalità. Pilato rappresenta quel tipo di potere che, come tutti i poteri anche ai nostri giorni, si impone con la violenza e con le menzogne. Con il suo indebolirsi diventa ancora più violento per paura di perdere il potere finché non ne sopraggiunge un altro che vuole il suo posto e che, se possibile, è anche peggio. La regalità di Gesù risiede nel testimoniare la verità dell’uomo libero quindi senza necessità di dominare, di essere schiavo della violenza e del male. Se non è ben chiaro il modello che viene sotteso, anche le democrazie, pur essendo un’importante conquista, hanno lo stesso problema. Cosa spinge realmente i governanti? Cosa è la libertà? Fare ricchezza e acquisire potere a qualunque costo e a spese degli altri che poi sono sempre e solo i poveri cristi? In questo incontro tra i due poteri emerge la figura della moglie di Pilato quasi a contraltare con un’altra donna, Erodiade che aveva fatto decapitare Giovanni il Battista. Come Erode anche Pilato in cuor suo vorrebbe liberarlo ma il potere che rappresenta non concede debolezze specie davanti alle folle che ne chiedono a gran voce la condanna, pena l’appannamento della sua immagine. Nel grido delle folle che preferiscono Barabba a Gesù c’è anche il nostro che si infatua facilmente dell’uomo forte, decisionista, dell’uomo di potere che ci illudiamo farà i nostri interessi.

Nell’ultimo quadro, dopo che Gesù è stato deriso e insultato nella casa di Pilato dai soldati, emanazione operativa del potere violento, inizia la salita al calvario. Interessante notare come Simone di Cirene, visto che Gesù non ce la faceva a portare la croce, viene scelto dai soldati per aiutarlo. Costui veniva dall’Africa, probabilmente a cercare fortuna quindi diremmo oggi un immigrato. Viene scelto perché sicuramente portare la croce non poteva essere chiesto a un nobile o ad un ricco, costoro la croce di certo non la portano. Tocca come al solito agli altri, ai poveri cristi. Ad aiutare Gesù non c’è Simon Pietro ma un Simone, un altro Simone a cui tocca la cosa più bella e più grande: aiutare Gesù a portare la croce dei mali del mondo. Non portando la sua di croce ma quella di Gesù, cioè di un altro, senza saperlo, diventa il discepolo perfetto. Sulla croce Gesù rifiuta il vino che con gli aromi veniva dato per anestetizzare il dolore della morte. A Lui lo mescolano col fiele, tutta l’amarezza della vita. Crocifisso innocente in mezzo a due malfattori, alla sua morte il sole si oscurò. Il mondo creato per la luce, allontanatosi per via del peccato, regredisce nelle tenebre. E nell’ultimo disperato grido, in Lui, il Padre si riconcilia con tutti i suoi figli come aveva predetto il profeta Malachia (3).

Vorrei concludere con una cosa che mi ha sempre colpito. Nel Vangelo parallelo di Giovanni, Pilato, probabilmente per darsi un tono la butta sul filosofico e chiede a Gesù “quid est veritas” cos’ è la verità? Il silenzio di Gesù mi ha sempre lasciato un vuoto, un’incomprensione. Sant’ Agostino scopre che anagrammando “quid est veritas” viene fuori “est vir qui adest”. È l’uomo qui davanti a te. Non so se sia questo il caso ma di certo so che delle volte anche il silenzio di Dio può avere un significato. 

Buon Cammino.

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