Chi pensa che il tennis non sia uno sport di squadra non ha fatto i conti con Berrettini, Cobolli, Bolelli, Vavassori e Sonego. La sensazione che ha accompagnato tutto il torneo che ha riportato per il terzo anno consecutivo l’Italia sul tetto del mondo, è che in campo, anche se fisicamente scendeva un giocatore solo, ci fossero contemporaneamente tutti e cinque.
Insieme a loro tutto il Paese che, nonostante le assenze dei beniamini Sinner e Musetti, ha tifato, sofferto e goduto appassionatamente nel vedere un attaccamento così forte alla maglia da parte dei ragazzi e dello staff, un sentimento che si sta assopendo nel calcio e sta rinascendo con il tennis.
A esaltare, oltre ai risultati, è stato l’atteggiamento visto in campo con Berrettini e Cobolli, sempre pronti a sottolineare la natura a squadre del torneo, la Davis Cup. Anche dalla panchina, per tutto il tempo degli incontri arrivava la stessa sensazione: quella dell’uno per tutti, tutti per uno.
Anche se le vittorie nette, come quelle di Berrettini fanno tutti contenti, a far esplodere il sentimento vero sono stati sicuramente gli incontri di Cobolli, fatti di sofferenza, incertezza, carattere da guerriero, magliette strappate e mani che battono sul cuore.
È bello pensare di aver vinto, ma quasi dispiace che sia già finita perché quando le emozioni sono forti e condivise, non bastano mai.

