30 Ott 2026, Ven

Commento al Vangelo di sabato 25 aprile 2026

Mc 16, 15-20 

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Nel Vangelo di oggi Gesù ci invita ad andare in missione. Prima però vorrei porre l’accento sul verbo che precede la missione cioè “andare”. In tutta la sua predicazione Gesù è in perenne movimento. Credo che insieme a “non temete” sia una dei verbi più ricorrenti nelle sue diverse sfumature. Gesù va, cammina, si reca, sale, ritorna, va incontro, scende. Non sono da meno i suoi discepoli e le folle, nelle quali siamo presenti anche noi che, oltre a seguirlo, nel primo caso corrono, come Maria di Magdala al sepolcro e nella stessa circostanza anche Giovanni o, come nel secondo caso, coprono, nonostante la grande stanchezza, lunghe distanze a piedi per poterlo ascoltare. Gesù poi invita diversi personaggi del Vangelo a venire o andare come Zaccheo, il centurione romano, il lebbroso guarito che torna per ringraziare e numerosi altri. Questo movimento rappresenta oggi per noi che ascoltando la Parola lo seguiamo un chiaro invito alla libertà di figli, all’amore verso i nostri fratelli, a non calcificarci nella nostra fede, non essere statici, prigionieri dei dogmi, delle abitudini, della frequentazione fine a sé stessa dei precetti religiosi. Corriamo il rischio di restare chiusi nei nostri steccati (Vangelo di domani) da soli o con persone “selezionate”, negli schemi che ci siamo formati, avere un noi e un loro, un Io e gli altri. Tali presupposti possono farci scivolare nel facile giudizio, nella mormorazione, nel creare una sorta di costruzione selettiva tra bravi cristiani (noi) e chi riteniamo lo sia meno (gli altri). Venendo al tema della missione si tende a pensare che per compierla bisogna andare chissà dove, che in fondo la cosa riguardi i preti o la Chiesa in generale, che missione è sinonimo di proselitismo. Molto più semplicemente la missione è portare il bene, il tanto bene, che abbiamo dentro di noi verso gli altri e che il Padre ci aiuta a far crescere come un chicco di grano o un granello di senape. Papa Francesco diceva che il cristiano È la missione. Sono le persone che abbiamo intorno nella nostra vita quotidiana, quelle nuove che conosciamo e che non sono mai frutto del caso. È verso di loro che dobbiamo portare la nostra bontà, la nostra pace interiore di figli di Dio. Il nostro comportamento è la nostra migliore testimonianza. La nostra missione. 

Papa Giovanni XXIII

“La fede senza opere è morta, ma ogni opera fatta con amore è un segno vivente della presenza di Dio tra noi”. 

Buon cammino. 

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