In merito alle recenti dichiarazioni della dirigente scolastica del Liceo Fanti Alda Barbi sull’abbigliamento delle studentesse, in un comunicato stampa, Cgil e Rete studenti medi ritengono “necessario ricordare che la scuola è innanzitutto il luogo del diritto allo studio, dell’inclusione e della formazione”.
Nell’edizione modenese de Il Resto del Carlino la Barbi ha poi spiegato che la sua era una battuta volutamente provocatoria e nell’aria non c’è alcuna circolare nuova, ma solo un rimando al reglamento scolastico.
Non contenta, però, Eleonora Verde segretaria del sindacato scuola Flc Cgil Modena attacca: “Il diritto all’istruzione è un principio fondamentale del nostro ordinamento e non può essere subordinato a valutazioni soggettive sull’abbigliamento degli studenti. Ci chiediamo, quindi, sulla base di quali criteri concreti si intenda eventualmente rimandare a casa una studentessa perché considerata vestita in maniera non adeguata”.
Poi c’è l’aspetto economico: “Siamo nel 2026 e appare quantomeno anacronistico pensare che le famiglie possano sostenere la spesa necessaria per acquistare differenti tipologie di abbigliamento destinate esclusivamente alla scuola, come se esistesse un guardaroba “corretto” stabilito dall’istituzione scolastica”. Chiaro, no? Un pantalone lungo (in questo periodo stiamo alla larga dal menzionare le gonne) e una maglietta del mercato costano troppo per una famiglia.
Ora. Ci sono molte famiglie in difficoltà e non è nostra intenzione metterlo in discussione. Anche perché pensiamo che la battuta della preside fosse rivolta a chi può permettersi un vestito adatto da indossare anche d’inverno e non è costretta ad andare in giro, magari anche nei mesi invernali, in shorts e top perché nel guardaroba c’è solo quel tipo di vestiario. E questo ve lo possiamo assicurare: ci sono ragazze che hanno famiglie che un pantalone lungo e una felpa se la possono permettere.
La segretaria della Flc Cgil è poi sorpresa dal fatto che ancora oggi ci sia un “dibattito scolastico” che “possa concentrarsi in maniera così significativa sull’aspetto esteriore delle ragazze”. “Dopo decenni di battaglie culturali e sociali per affermare che una persona non può essere giudicata per come appare o per come si veste, riteniamo che la scuola dovrebbe trasmettere un messaggio diverso: ciò che conta è la persona, il suo comportamento, il rispetto degli altri, la capacità di ascoltare, l’impegno e la partecipazione alla vita scolastica”, prosegue Verde.
“Chi stabilirà – domanda più avanti – quando un abito sarà ritenuto inadeguato?”. “E, soprattutto, si arriverà realmente a rimandare a casa studentesse perché il loro abbigliamento non sarà ritenuto conforme alle aspettative della dirigenza? Vorremmo una scuola che educhi al rispetto, alla responsabilità e alla libertà e non una scuola che concentra la propria attenzione sull’aspetto esteriore dei propri studenti. Ricordiamo alla dirigente che a scuola il vero decoro è il rispetto!”, esclama.
Ed il punto è proprio questo. Il rispetto. Il rispetto che chi va in un qualsiasi luogo istituzionale in maniera non consona non sta portando. Non è infatti chiaro il motivo per il quale se si va in un luogo di culto, in un tribunale, in parlamento o a scuola si possa, seguendo questa assurda logica, potenzialmente andare a torso nudo. Indossare un abito consono è una forma di rispetto, ma qualcuno, ovviamente a sinistra, non lo riesce proprio a capire.
Ad ogni modo a fare eco alle parole di Eleonora Verde c’è Frida Fruggeri della Rete Studenti Medi. “Il diritto allo studio e ad un’istruzione di qualità – afferma – non può dipendere dall’abbigliamento della studentessa o dello studente. Questa dichiarazione è ancora più preoccupante se inserita nel clima degli ultimi giorni, con le dichiarazioni rilasciate dal ministro Tajani e dell’ex generale Vannacci che collegano la rispettabilità delle donne alla lunghezza dalle loro gonne. Non possiamo permettere che ancora oggi persista l’idea che il valore di una donna, o di una ragazza, dipenda dall’abbigliamento o dall’apparenza e la scuola dovrebbe essere l’istituzione da cui parte la decostruzione di questi stereotipi, non il luogo in cui essi vengono assecondati e alimentati”.
“Le priorità della scuola – conclude Fruggeri – dovrebbero essere ben altre: garantire di fatto il diritto allo studio per tutte e tutti, creare un ambiente che sappia crescere e formare, che educhi al rispetto reciproco, non sicuramente giudicare e punire studentesse sulla base di come si vestono”.

