“Un Paese che non investe sui propri ricercatori è un Paese che tradisce i propri talenti e, nell’arco di pochi decenni, una terra destinata a un inesorabile declino. È fondamentale sostenere e garantire condizioni di vita e lavoro dignitose alle menti brillanti che concorrono in misura fondamentale a costruire il futuro dell’Italia. Si tratta di una questione centrale, che non può più essere rinviata, e il Governo ha il dovere di trovare e stanziare risorse adeguate”: a intervenire sul tema è la consigliera regionale modenese del Partito Democratico Ludovica Carla Ferrari, prima firmataria di una risoluzione che impegna la Giunta regionale a promuovere un’iniziativa nazionale per il superamento del precariato strutturale nelle università e negli enti pubblici di ricerca.
“Una questione nazionale, che riguarda anche l’Emilia-Romagna in maniera molto concreta: a giugno 2026, sul territorio regionale, un ricercatore universitario su tre vive una condizione di precarietà o non stabilizzazione. Sono ben 2.532, su un totale di 7.501 tra professori, ricercatori e assegnisti dei quattro Atenei pubblici della regione, pari al 33,8% del totale. Una situazione che per giunta rischia di aggravarsi ulteriormente con la scadenza di migliaia di contratti nei prossimi anni. Si tratta di un patrimonio di informazioni reso disponibile grazie al prezioso lavoro di monitoraggio e raccolta dei dati svolto dall’associazione nazionale dei Ricercatori a Tempo Determinato (ARTeD), da anni impegnata anche nella rappresentanza e nella tutela dei diritti delle ricercatrici e dei ricercatori precari. Una situazione che per giunta rischia di aggravarsi ulteriormente con la scadenza di migliaia di contratti nei prossimi anni”, illustra la nota del Pd.
“Non possiamo continuare a chiedere alle nostre ricercatrici e ai nostri ricercatori di costruire il futuro del Paese, – continua Ferrari – negando loro la possibilità di costruire il proprio. Parliamo di donne e uomini altamente qualificati, spesso costretti per oltre dieci anni a passare da un contratto a termine all’altro, senza prospettive certe. È una contraddizione insostenibile, che richiede risposte strutturali e non interventi occasionali. Il lavoro nella ricerca non può diventare simbolo della precarietà giovanile: deve rappresentare un’opportunità di crescita, personale e collettiva.”
“Il quadro nazionale – prosegue la nota – conferma la gravità della situazione: tra il 2025 e il 2028 arriveranno a scadenza circa 7.500 contratti di ricercatori a tempo determinato di tipo A e 23.500 assegni di ricerca, mentre le risorse disponibili permetterebbero, nella migliore delle ipotesi, di stabilizzare soltanto un quarto delle persone interessate. Negli enti pubblici di ricerca, a partire dal CNR, il problema è altrettanto grave: a fronte di circa 4.000 aventi diritto, le risorse previste dalla Legge di Bilancio 2025 consentirebbero appena 180 stabilizzazioni”.
“Siamo di fronte a un paradosso che non possiamo più permetterci: investiamo risorse pubbliche per formare ricercatrici e ricercatori di altissimo livello, poi non siamo in grado di offrire loro condizioni di lavoro dignitose e prospettive stabili. Essere un ricercatore precario significa non poter accendere un mutuo, acquistare casa, costruire una famiglia o scegliere liberamente di avere figli. La precarietà prolungata finisce per condizionare ogni aspetto della vita, trasformando una professione fondamentale per il Paese in un percorso a ostacoli.”
La consigliera regionale richiama anche le conseguenze economiche e sociali della fuga dei talenti: secondo il Rapporto annuale ISTAT 2026, nel solo 2024 l’Italia ha registrato una perdita netta di circa 21mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, trasferitisi all’estero. Il CNEL stima in circa 16 miliardi di euro all’anno il valore del capitale umano perso a causa dell’emigrazione netta dei giovani: “Quando un ricercatore lascia il Paese perché non trova opportunità adeguate, perdiamo due volte: l’investimento pubblico fatto per formarlo e il contributo che avrebbe potuto dare alla sanità, alle imprese, alla transizione ecologica e all’innovazione tecnologica. Per una regione come l’Emilia-Romagna, che ha costruito una parte importante della propria competitività sulla collaborazione tra università, Tecnopoli, centri di ricerca e sistema produttivo, questo rappresenta un rischio particolarmente serio”, prosegue Ferrari.
“Voglio inoltre ringraziare ARTeD, che con il suo costante impegno nella difesa dei diritti dei ricercatori precari e con un puntuale lavoro di raccolta e analisi dei dati contribuisce a portare all’attenzione delle istituzioni una realtà troppo spesso sottovalutata. Senza quest’opera di rappresentanza, documentazione e denuncia, il rischio è che migliaia di professionalità altamente qualificate e le loro condizioni di lavoro rimangano invisibili. Anche grazie a questo contributo possiamo disporre di elementi concreti sui quali costruire iniziative politiche e proposte di intervento.”
La risoluzione chiede alla Giunta regionale di farsi promotrice, anche attraverso la Conferenza delle Regioni, di un’iniziativa nazionale per il superamento del precariato strutturale nella ricerca. Tra le richieste, anticipa il comunicato stampa, “il rafforzamento del contratto di ricerca, percorsi di carriera stabili e trasparenti, maggiori finanziamenti agli Atenei e agli enti pubblici di ricerca, il potenziamento del Fondo di Finanziamento Ordinario e la piena attuazione delle procedure di stabilizzazione previste dalla normativa vigente, a partire dal CNR”.
“Il Governo Meloni continua a muoversi nella direzione sbagliata: il taglio di 173 milioni di euro al Fondo di Finanziamento Ordinario disposto nel 2024 è il segnale di una politica che non riconosce alla ricerca la centralità che merita. Non possiamo pensare di competere con gli altri Paesi europei senza garantire continuità agli investimenti e prospettive professionali a chi lavora nelle nostre università e nei centri di ricerca. La ricerca deve tornare a essere una promessa di futuro, non una condanna all’incertezza“ conclude Ferrari.

