Da Daniele Losi, videoreporter, riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta relativa al servizio del 29 agosto sulla manifestazione sportiva organizzata dalla comunità pakistana svoltasi a Carpi.
La lettera
Caro Francesco,
comincio da un riconoscimento che ti devo: sabato 29 agosto, all’impianto Dorando Pietri, tu c’eri. Con la telecamera e il microfono. Io no. Quando scrivi che eri “l’unico di origine italiana” presente, dici una cosa vera e scomoda, e il primo a doverne rispondere sono io.
È proprio per questo che ti scrivo. Perché quel vuoto l’hai visto meglio di tutti, e poi l’hai messo sul conto sbagliato.
Il tuo servizio si intitola “Italiani non pervenuti” e si chiude così: non si può pretendere che siano sempre gli italiani a entrare come ospiti in un evento pakistano. Ma chi mancava quel giorno non era stato escluso da nessuno. Era stato invitato. Lo dice il tuo stesso video.
Lo dice Hasnain Abbas, davanti alla tua telecamera. Nel discorso inaugurale: l’evento pubblicizzato sui giornali locali, l’invito rivolto a tutti i giornalisti e a tutte le associazioni, e l’amarezza per una giornata in cui si vedono «solo facce della nostra comunità». Lo dice Irfan Hayat, presidente del club, nell’intervista che gli fai,che i loro bambini nascono qui, che l’Italia è “il loro primo paese”, che vorrebbero “adeguarsi alla cultura italiana”.
Tu tutto questo lo registri. Poi lo archivi con una battuta sulle “femministe e i colleghi in vacanza”, e riparti verso la tesi che avevi in mano prima di entrare.
È qui, non sui fatti, che ti muovo un rilievo. I fatti che riporti sono in gran parte veri: le donne in campo nel pomeriggio non c’erano, la tensione durante i discorsi c’è stata. Ma un’inchiesta che parte da un sospetto e torna a casa con il sospetto confermato non ha verificato niente: ha trovato quello che cercava. E quando in una festa dello sport si innesta il capitolo di chi “viene soltanto per delinquere”, il muro non lo si racconta. Lo si alza.
Non è una questione di buone maniere, è una questione di mestiere. E su questo la Chiesa ha detto cose precise. Francesco, in Fratelli tutti, riassume tutto in quattro verbi — «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» — precisando che «non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino» (n. 129). E che l’arrivo di chi viene da un altro contesto «si trasforma in un dono», perché quelle dei migranti «sono anche storie di incontro tra persone e tra culture» (n. 133).
Leone XIV lo ha scritto tre settimane fa, l’11 agosto, nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebra il 27 settembre. Chiede di «promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia». Non i pakistani da una parte e gli italiani dall’altra, a contarsi. Insieme.
Un cammino non si fa in un pomeriggio, né in due giorni di cricket. Le donne che non giocano restano un problema vero: nessuno lo nega, tanto meno Hayat, che davanti a te si è impegnato a dedicare loro una giornata intera nel 2027. Ma in un problema vero si sta dentro. Non se ne fa un verdetto.
Allora ti propongo una cosa concreta. All’edizione 2027 andiamoci insieme: tu con la tua telecamera, io con la mia, due giorni interi. Verifichiamo se quella giornata dedicata alle donne c’è davvero, e raccontiamola — se c’è e se non c’è. E portiamoci dietro gli altri: i colleghi, le associazioni, tutti quelli che l’invito lo hanno ricevuto anche quest’anno.
Se al Dorando Pietri gli italiani saranno di nuovo due, almeno sapremo con certezza di chi è la colpa. E non sarà di chi ci aveva invitati.
Daniele Losi
La risposta del direttore
Caro Daniele,
quando sono stato all’evento ti posso garantire che ho respirato davvero la speranza che potessero esserci italiani e donne di qualsiasi nazionalità a partecipare ai giochi e non escludo, non avendo la sfera di cristallo, che nelle prossime edizioni possano palesarsi.
Tuttavia, il discorso, più ampio, è sull’integrazione. Qui, evidentemente, io e te abbiamo opinioni diverse. Io, infatti, credo che l’integrazione debba consistere in persone di origine pakistana che risiedono legalmente in Italia che giocano in associazioni sportive italiane e magari la sera si mangiano una pizza assieme ai propri compagni di squadra. E sia chiaro, per chiunque conoscere altre culture rappresenta un modo per battere la paura del diverso. Tuttavia, credo che mescolare culture differenti per originarne una unica in futuro non possa che portare all’eliminazione dell’importanza della parola “patria”. Che sia patria italiana o pakistana. Perché il diverso a me non fa paura, affascina. La diversità è un valore che l’essere umano non dovrebbe mai perdere per non cancellare le proprie ricchezze culturali.
Quindi ben vengano momenti di integrazione, ma, di certo, non è con una futura presenza degli italiani in manifestazioni della comunità pakistana che questa integrazione si otterrà.
Francesco Natale

