La natura umana è un intarsio di contrasti. Cosa ci spinge verso atti di grazia e bontà mentre, nello stesso istante, altri uomini compiono il male senza apparente rimorso? L’anima del genere umano ci scuote violentemente tra estremi opposti, dal sacro al profano, direbbe Puškin: “Ci siam persi, che facciamo? Un demonio ci conduce e ci porta in qua e in là”. Sulla terra nulla procede in un’unica direzione, e forse nessuna espressione artistica ha saputo ritrarre questa dicotomia meglio della pittura barocca italiana. In un movimento così fecondo, fiorito tra Genova, l’Emilia e ovviamente Roma, emerge una protagonista insolita per l’epoca: la donna.
Proprio sulla figura femminile si è incentrato il percorso espositivo “La virtù e la grazia: figure di donne nella pittura barocca”, disposto dalla Galleria BPER. Sabato 11 aprile la storica dell’arte Lucia Peruzzi ha guidato i visitatori in un itinerario che, partendo dalla Galleria, è giunto al Museo Civico del Palazzo dei Musei, in Largo Sant’Agostino. L’analisi ha accompagnato il pubblico dai tumultuosi ritratti della collezione BPER fino alle immagini sublimi ed eteree di Elisabetta Sirani, maestra del barocco emiliano, esposte presso la sala Campori del Museo Civico, esposizione di cui Tra Secchia e Panaro ha già scritto in precedenza.
Nel Seicento, la figura femminile ottiene una centralità inedita. Sebbene recuperata dalle Veneri rinascimentali del Botticelli, queste ultime erano grazia allo stato puro, bellezza incondizionata e statica; nel Barocco, invece, la donna diviene il simbolo di quegli opposti che tormentano l’anima. La contrapposizione che tra urla e furore, martiri e grazie rappresenta un equilibrio pittorico senza precedenti: quello barocco. Questo è il vero fulcro del movimento: la giustapposizione del sacro e del profano, dell’urlo e del contegno di grazia che caratterizza le figure femminili della mostra. Tutto ciò è accompagnato dallo studio fotografico della luce inaugurato dai dipinti del periodo, ovviamente debitori della rivoluzione visiva del Caravaggio.
Proprio un sentiero di luce ci guida tra i cinque nuclei tematici predisposti, di cui indichiamo le opere più significative. Nella prima sezione, “Sante, Vergini e Martiri”, spicca la Sant’Agata di Guido Cagnacci, capolavoro di estasi quasi intrappolata in un fascio di luce caravaggesco su sfondo scuro, in bilico tra contemplazione religiosa ed energia sensuale, attributo inusuale per una figura sacra. La seconda sezione, “Pericolose passioni”, è stata capitanata da episodi di forte impatto emotivo tratti dall’Antico Testamento, teatro perfetto per dipingere la tensione tra la dimensione sacra e quella amorosa o di trasporto emotivo, caratteristiche ben rappresentate nel Ratto d’Europa e in Giacobbe incontra Rachele al pozzo del Grechetto.
Nella parte dedicata a “Seduttrici ed Eroine” non potevano mancare figure come Giuditta che decapita Oloferne — la cui guida suprema resta il capolavoro di Artemisia Gentileschi conservato agli Uffizi — e Semiramide. Quest’ultima evidenzia efficacemente le tensioni che l’esposizione ha voluto sottolineare: Dante colloca infatti questa donna all’Inferno, leader politica peccatrice tra lussuria e sete di potere, eppure i dipinti la restituiscono avvolta in una grazia senza pari.
In “I Dardi dell’amore” il sentimento si esprime nella sua ambiguità con opere ispirate alla grande letteratura, come l’episodio di Tancredi che battezza Clorinda ritratto da Bartolomeo Manfredi. Torquato Tasso, autore della Gerusalemme Liberata, soggiornò d’altronde presso gli Estensi, come Ariosto, per gran parte della sua vita, e fu il grande precursore della sensibilità barocca.
Chiude il percorso la sezione dell’Allegoria, dove regna l’Allegoria dell’Abbondanza di Valerio Castello, maestro del barocco genovese che condivise l’esperienza pittorica di Rubens e Van Dyck. Proprio a Genova si è verificato un esempio unico di fusione stilistica, capace di unire l’attenzione fiamminga per il dettaglio al dinamismo impetuoso italiano.
Non è un caso che la mostra si sia tenuta a Modena. L’evento valorizza il territorio e porta l’attenzione di appassionati da tutto il mondo sulla nostra città. In più, celebra Modena come grande fulcro artistico sotto gli Estensi, che nella loro forte attenzione per l’arte hanno collezionato nel tempo capolavori inestimabili. Modena è stata, insieme a Bologna, Ferrara e a tutta l’Emilia, uno dei centri nevralgici del barocco italiano. Un percorso che lascia chiara un’idea: quella della donna come perfetto teatro di sensazioni, dalle più sensuali alle più tetre; uno specchio della natura umana fatta di contrasti che solo il Barocco ha saputo rappresentare. Non sempre è necessario esporre solo opere celebri per trasmettere la forza di questo stile. Se è vero ciò che Dostoevskij ci ricorda in Delitto e Castigo, ovvero che per comprendere la storia e la matrice del male serva un’Anima Vivente, la mostra “Virtù e Grazia” ha saputo trasmettere a pieno questa forza vitale di cui non possiamo privarci se vogliamo capire la nostra storia e il potenziale della nostra mente. Il Barocco ha saputo ritrarre, più di ogni altro linguaggio, questa eterna tensione.

